Una vita infinita per il packaging. CONAI chiude il cerchio

11 Novembre 2019
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«La sensibilità ambientale sta diventando un capitolo importante delle strategie di sviluppo», dice il direttore Facciotto. L’Italia con 1’80% dei rifiuti da imballo recuperati, ha già raggiunto gli obiettivi della Ue al 2025. Il nodo della plastica da smaltire: l’eco design può aiutare.

AIla Whitford di Brescia, che produce rivestimenti antiaderenti a base di fluoropolimeri per le pentole, hanno ideato un sacco calzato da infilare nei secchi: così la latta può essere riciclata senza ‘finire nei rifiuti speciali perché sporca. Alla Elica di Fabriano, che progetta e realizza cappe da cucina, per un nuovo prodotto è stato completamente ridisegnato l’imballo, per ridurre del 2596 il peso da trasportare: il risultato è stato il raddoppio delle cappe trasportabili su un singolo camion e un taglio del 6096 della CO2. I progettisti del reparto R&D della Davines, a Parma, hanno optato per abbandonare il Pet da fonti rinnovabili per la plastica completamente riciclata.
Passi avanti, piccoli è vero, ma che messi insieme fanno una certa massa critica. Passi avanti che, ogni anno, il Conai, Consorzio nazionale degli imballaggi, cerca di incentivare mettendo in palio mezzo milione di euro per un bando che, non a caso, si chiama «Prevenzione». «Quest’anno – spiega il direttore del Conai Walter Facciotto – hanno partecipato circa 25o aziende, e sono dati in crescita da sette anni, il che significa che all’interno delle imprese nostre affiliate – 834.927 al 31 dicembre 2018, ndr- la sensibilità ambientale sta diventando un capitolo importante della strategia di sviluppo». Come dire: le tematiche green, da elemento di marketing, sono entrate a far parte dei business pian del made in Italy, «e questo – prosegue Facciotto – perché l’attenzione alla sostenibilità e all’economia circolare è uno strumento che oggi è in grado di creare valore. Ma deve essere un’operazione che investe l’intera organizzazione aziendale, perché è la filiera che deve modificarsi, cambiare paradigma, ripensando il concetto di rifiuto per trasformarlo in risorsa».
Che è poi quello che molte industrie pesanti – in primis la siderurgia – hanno fatto negli anni investendo importanti risorse per arrivare a ottenere una scoria di fusione chimicamente e meccanicamente competitiva con altri prodotti inerti di cava da utilizzare per la stesura dei fondi stradali. «Un esempio concreto – ragiona Facciotto – di cosa significa Fend of waste in piena logica di economia circolare. Con il ministero dell’Ambiente c’è una partita aperta per il riconoscimento dello status di risorse di questi prodotti che, diversamente, finirebbero in discarica».
L’Italia, intanto, detta la linea. Forti di una percentuale di imballaggi recuperati pari all’80,6% (10,7 milioni di tonnellate) nel 2018, il sistema consortile e i riciclatori indipendenti hanno praticamente già raggiunto gli obiettivi di riciclo imposti dall’Unione Europea al 2025 e sono a un passo da quelli al 2030.
I benefici economici, stima il rapporto di sostenibilità di Conai presentato negli scorsi giorni a Ecomondo, arrivano a 995 milioni di euro nel 2018, con un risparmio di CO2 che vale 113 milioni di euro.
Tutto bene, dunque? Non proprio. Il grande tema, oggi, è la plastica. Un materiale duttile, utilissimo ed economicamente conveniente, il cui fine vita, tuttavia, pone enormi quesiti ambientali, dato che non esiste ancora in Italia una filiera del riciclo strutturata e scontiamo limiti tecnologici non secondari
nel processo di valorizzazione dei polimeri. «Si tratta del materiale più complesso, ma in pochi anni sono stati fatti enormi salti di qualità nel trattamento delle plastiche che ne hanno innalzato la percentuale riciclabile. Importante però – conclude Facciotto – è continuare a incentivare l’ecodesign aziendale per realizzare packaging meno Impattanti e la raccolta differenziata nelle città». La «prevenzione»,  insomma, torna centrale: perché è proprio nella fase di progettazione di un imballaggio che si definisce circa l’80% degli impatti che avrà sull’ambiente nel suo ciclo di vita. Per calcolarli viene in aiuto la tecnologia, come quella di Eco D Tool, che Conai ha presentato alla Fiera di Rimini: un software in rete disponibile per le aziende che devono studiare l’impronta dei loro imballi. E che può aiutare ad accorciare la strada che manca per chiudere, finalmente, il cerchio.

Fonte: L’Economia del Corriere