La svolta dell’economia circolare, ma investire su impianti e cultura

15 Marzo 2020
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Mercoledì è la giornata mondiale del riciclo. Uno di quegli appuntamenti in cui di solito si fanno bilanci: «Secondo le prime stime del Conai, nel 2019 l’Italia ha avviato al riciclo il 71,2% dei rifiuti di imballaggio», spiega Giorgio Quagliuolo, presidente del Consorzio nazionale imballaggi, che riunisce sei consorzi di filiera: carta, plastica, vetro, legno alluminio e acciaio.

In tutto 80o mila imprese produttrici e utilizzatrici di imballaggi. «Abbiamo ampiamente superato l’obiettivo europeo per il 2025 spiega che è del 65%, e con tutti i nostri consorzi anche i target di filiera, fatta eccezione ancora per la plastica ma mancano cinque anni e ce la faremo».

Quindi il sistema funziona? Eppure nel marzo 2019 la Corte Ue ha condannato l’Italia per 44 discariche fuori norma o adeguate in ritardo. «Funziona l’attività di recupero e riciclo degli imballaggi. Le regole Ue sull’economia circolare prevedono che entro il 2035 non più del lo% dei rifiuti in generale potrà essere smaltito nelle discariche. Serve aumentare la raccolta differenziata e servono impianti per il trattamento dei rifiuti. L’Italia è su questo divisa in due: il Nord ha impianti per il trattamento di tutti i materiali, al Sud ce ne sono pochi, per il legno ad esempio non ce ne sono proprio. La causa è legata al noto fenomeno del Nimby, acronimo per not in my backyard, cioè niente nel mio giardino. I cittadini non vogliono gli impianti vicino a casa loro».

E i politici? «La politica il più delle volte segue. Ma la storia dei rifiuti zero è una favola che non esiste. Con le attuali tecnologie c’è sempre una quota di rifiuti che non si può riciclare. Però non per questo deve finire in discarica. I termovalorizzatori attuali possono trasformare quei rifiuti in calore ed energia. Se a Copenaghen, dove la sensibilità ambientale è ben più radicata e antica della nostra, hanno un termovalorizzatore sul cui tetto sciano significa che non c’è un pericolo per la salute».

Come si fa a chiudere il cerchio dell’economia circolare? «L’economia circolare e il ciclo integrato di rifiuti si risolvono con un’adeguata struttura impiantistica. Oltre il 40% della plastica non è riciclabile. Ma può diventare un rifiuto solido secondario per alimentare i cementifici con una riduzione delle emissioni rispetto al pet coke, prodotto derivato dal petrolio, attualmente in uso. Però servono norme che permettano questo utilizzo in percentuali più elevate risetto alle attuali».

Il governo è al passo? «Abbiamo bisogno che la pubblica amministrazione sia più attiva sugli acquisti verdi, che prevedono l’uso di prodotti con materiale riciclato. E poi serve una normativa chiara sull’end of waste, sul fine vita dei rifiuti: su quando cioè un rifiuto, dopo il riciclo, termina di essere qualificato tale e diventa prodotto o come nel caso della plastica trattata combustibile solido secondario».

Le regole Ue stanno andando nella giusta direzione? «Bruxelles sta correndo un po’ troppo. L’Italia è in una posizione ottimale, abbiamo già raggiunto gli obiettivi di riciclo per gli imballaggi al 2025. Ma cosa succede nei Paesi Ue che sono ancora indietro? C’è il rischio di alterare la concorrenza».

Fonte: Corriere della Sera – di Francesca Basso