Economia circolare: dalla raccolta “pulita” al riciclo progettato

3 Giugno 2018
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Alle spalle ha due decenni di successi. E per arrivare agli obiettivi che l’Europa ha fissato per il 2030 un buon tratto di strada è già fatto: manca solo l’ultimo miglio. Eppure per il settore del packaging questo miglio (passare dal 66,9 per cento di riciclo al 70 per cento) è tutto in salita. All’indomani dell’approvazione delle nuove norme Ue sull’economia circolare, gli imballaggi fanno i conti con il futuro e scoprono che devono cambiare passo. Anche perché finora l’attenzione sui rifiuti urbani si è concentrata sulla raccolta e non sul riciclo. La pressione dell’opinione pubblica sui comuni in ritardo è cresciuta e qualche amministratore ha preferito prendere la scorciatoia: allargare le
maglie della raccolta differenziata puntando sulla quantità invece che sulla qualità. In questo modo le
percentuali sono cresciute ed è riuscito ad appuntarsi una medaglietta sul petto. Ma la situazione è di fatto peggiorata perché una raccolta “sporca” rende più oneroso e meno efficiente il trattamento dei rifiuti. E ora l’Europa ha deciso: da oggi contano solo i numeri del riciclo effettivo dei materiali raccolti (dalla carta al vetro, dall’acciaio al legno). Riempire i camion non basta più: bisogna riutilizzare i materiali. «È vero, negli ultimi anni in alcune città la qualità della raccolta è peggiorata, ma parliamo di
problemi locali, i nostri numeri complessivi restano buoni», afferma Giorgio Quagliuolo, presidente del Conai, (Consorzio nazionale imballaggi). «Certo, ci vorrà uno sforzo supplementare perché ogni materiale deve raggiungere gli obiettivi e la plastica ha qualche difficoltà aggiuntiva che deriva dall’eterogeneità dei polimeri raccolti. Quindi dobbiamo puntare sulla qualità. Perché la raccolta è un mezzo e non un fine e perché la Cina ha alzato l’asticella, chiudendo le porte all’importazione di materiali con un livello di impurità troppo alto». I primi vent’anni del Conai sono stati giocati tutti
sulla scommessa ambientale. Scommessa sostanzialmente vinta: nel 1998, primo anno di attività del consorzio, due imballaggi su tre finivano in discarica, oggi sono solo due su dieci; e nello stesso periodo si è passati dal riciclo di poco meno di 190 mila tonnellate a più di 4 milioni di tonnellate. Gli obiettivi indicati dall’Europa per il 2025 sono già raggiunti, ma per arrivare al traguardo del 2030 bisognerà pedalare in salita per raggiungere i luoghi rimasti indietro perché coinvolgerli è risultato più difficile.
Per Quagliuolo la soluzione è rilanciare il porta a porta e, dove è tecnicamente troppo complicato,
utilizzare punti di raccolta ad accesso controllato, cioè con tessere personalizzate che permettono di
pesare l’indifferenziato e pagare solo quello. In sostanza realizzare il passaggio dalla tassa alla
tariffa di cui si parla da decenni senza riuscire a tradurlo in pratica. «È questo il punto critico: per vincere la sfida bisogna affiancare l’economia all’ecologia e i numeri dimostrano non solo che è possibile, ma che sta già avvenendo», osserva Edo Ronchi, il presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile che venti anni fa, come ministro dell’Ambiente, lanciò la raccolta differenziata in
Italia. «Una delle notizie false che girano con maggiore insistenza è quella secondo cui la raccolta differenziata costa. È vero il contrario: dove è fatta bene le tasse sui rifiuti scendono perché l’indifferenziato si riduce e dalla quota venduta dei materiali recuperati si ricava un
fatturato aggiuntivo». Dati confermati, aggiunge Ronchi, da un’analisi pubblicata da Ispra nel 2017 e
relativa all’80 per cento della popolazione italiana. Nel Nord Italia, dove la raccolta differenziata dei
rifiuti urbani è al 64,2 per cento, la gestione dei materiali avviati al riciclo costa 15 centesimi al
chilo, contro i 25 dell’indifferenziato. Al Centro e al Sud, con la raccolta differenziata a valori più bassi,
i costi del trattamento dei materiali raccolti separatamente sono più alti del 40 per cento,
mentre la gestione dei rifiuti indifferenziati ha costi paragonabili a quelli del Nord (dove sono
concentrati gli inceneritori): bruciare la spazzatura non fa risparmiare.

Fonte: La Repubblica